Bartoloni 75

GLI ETRUSCHI E GLI ALTRI POPOLI DELL’ITALIA CENTRALE TRA STORIA, CULTURA MATERIALE E MODELLI DI AUTORAPPRESENTAZIONE  

Scritti in onore di Gilda Bartoloni

Offerti in occasione del suo 75° compleanno
Supplemento alla rivista Mediterranea  

 

Prezzo in prenotazione

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prezzo di copertina € 130,00

 

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Ego vos hortari tantum possum ut amicitiam omnibus rebus humanis anteponatis; nihil est enim tam naturae aptum, tam conveniens ad res vel secundas vel adversas (Cic., Amic.17)

 

Ut enim quisque sibi plurimum confidit, et ut quisque maxime virtute et sapientia sic munitus est, ut nullo egeat suaque omnia in se ipso posita iudicet, ita in amicitiis expetendis colendisque maxime excellit. (Cic., Amic. 30)
Sessione 1) Culti e offerte votive: la religione attraverso la cultura materiale

 

M. Bonghi, Culti e offerte votive. Appunti per una storia delle idee

 

D. Sarracino, Luoghi di culto nel Lazio meridionale. Alcuni spunti di riflessione Il contributo intende fare il punto delle conoscenze e delle prospettive di studio sui luoghi di culto nel Lazio meridionale tra la prima età del Ferro e l’inizio del V sec. a.C.

L’analisi dei depositi votivi, o comunque di rinvenimenti isolati di carattere votivo, ha evidenziato un quadro di notevole interesse che consente di poter ragionare su un’archeologia del sacro non solo per il Lazio meridionale costiero, zona più conosciuta e indagata (basti pensare a Satricu), ma anche per quello interno, soprattutto per le aree che gravitano sul sistema fluviale Sacco-Liri, naturale via di comunicazione tra Etruria, Latium Vetus e Campania, in alternativa, e in aggiunta, al percorso costiero attraverso la pianura Pontina. Tale sistema era integrato, inoltre, da una serie di assi trasversali, legati ai percorsi di transumanza, che costituivano, fin dall’età protostorica, i collegamenti tra l’Appennino e la zona costiera. Si tratta di un settore geografico-culturale di notevole importanza nell’Italia preromana, caratterizzato da un complesso quadro delle dinamiche di popolamento, soggetto a possibili diverse letture, tra Latini, Volsci e Romani. La raccolta e la sistematizzazione della documentazione, integrata con i dati relativi a necropoli e abitati, hanno consentito una nuova visione d’insieme che ha fatto emergere analogie e differenze tra i diversi tipi di evidenze esaminate rispetto alla dislocazione dei luoghi di culto in relazione al territorio, agli aspetti geomorfologici caratterizzanti, alle modalità di deposizione e al regime delle offerte.

 

G. Galante, Immagini di madri tra Lazio ed Etruria: brevi note su una statuina femminile seduta in trono nel Museo Civico Archeologico “Lavinium”
Prendendo spunto da una statuina femminile seduta in trono che allatta un bambino, conservata nel Museo Civico Archeologico “Lavinium”, verrà presentata una breve rassegna sull’immagine di madre, documentata dalle offerte votive in alcuni depositi del Lazio e dell’Etruria.
L. Sagripanti, E. Sartini, Depositi votivi e luoghi di culto tra Lazio e Piceno: una rilettura della cultura materiale
L’interesse per il fenomeno del dono votivo e le sue molteplici implicazioni conosce in ambito etrusco-laziale un impulso significativo a partire dal volume “Anathema. Regime delle offerte e vita dei santuari nel Mediterraneo antico”, a cui si sono affiancati altri importanti lavori che di volta in volta hanno sottolineato peculiarità, analogie e differenze tra contesti votivi di una stessa area. Nel volume “Dei e artigiani. Archeologie delle colonie greche d’Occidente”, M. Torelli suggerisce alla comunità scientifica uno sguardo sempre più attento ai materiali, di cui spesso sono state sottovalutate le potenzialità di informazione su aspetti storici, ideologici e cultuali. Alla luce di questa considerazione l’intervento vuole proporre un tentativo di lettura, o rilettura, del dato archeologico tramite il raffronto delle evidenze note per due comparti, quello adriatico e quello tirrenico, a partire dall’esame, da un lato, dei depositi votivi di Cupra Marittima e di Ascoli Piceno, di più recente scoperta, e, dall’altro, di alcuni significativi contesti romano-laziali. Territori distinti ma non distanti, differenti per formazione e dinamiche insediative e con forme di devozione specifiche, che tuttavia mostrano interessanti punti di contatto nella scelta dei luoghi e nel tipo di materiale votivo, specie nella sua redazione fittile. L’obiettivo che ci si propone è quello di provare a capire quali siano le caratteristiche comuni e gli elementi divergenti tra VI e IV secolo a.C. nel Lazio e nel territorio piceno e, quindi, di ampliare, anche sotto il profilo del sacro, il già variegato quadro dei contatti tra i due versanti. Si cercherà di inquadrare problematiche quali la diffusione di modelli e, riflettendo sui significati più propriamente rituali, di stabilire se sia più corretto parlare di percorsi paralleli o declinazioni locali di un comune substrato rituale.

 

E. Biancifiori, Tra rito e simbolo. La miniaturizzazione nelle sepolture del Lazio tra Bronzo Finale e Prima età del Ferro
Nel contributo in onore della prof.ssa G. Bartoloni, si presenterà l’analisi di un suggestivo comportamento rituale, che la stessa Professoressa mi esortò a indagare in occasione della mia ricerca dottorale: la miniaturizzazione dei corredi nelle incinerazioni del comparto laziale, tra XI e VIII secolo a.C. Fenomeno dal carattere trasversale - attestato in contesti funerari, sacri e abitativi -, la miniaturizzazione implica la fedele riproduzione in scala ridotta di particolari oggetti, denominati “miniaturizzazioni/oggetti in miniatura”. Le ridotte dimensioni costituiscono il principio intrinseco di tale categoria di manufatti che, nei contesti funerari, si caratterizzano come oggetti funzionali ma privi di un effettivo valore d’uso, eterogenei nella materia e nella forma ma accomunati da un comune processo mentale di riduzione simbolica, cui consegue la fedele e veristica riproduzione degli equivalenti modelli di normale formato. L’esistenza stessa delle miniaturizzazioni è indissolubilmente legata a quella dei rispettivi prototipi, punti di riferimento cognitivo, dai quali scaturisce direttamente la riduzione simbolica: ciascuna miniaturizzazione ha la necessità ontologica di riferirsi a un precipuo archetipo, a prescindere dal quale l’oggetto in miniatura non ha ragion d’essere. Largo spazio sarà dato all’analisi del sistema di relazioni dimensionali e semantiche esistenti tra miniaturizzazioni e modelli di riferimento, con la conseguente definizione di specifiche diadi “miniatura-prototipo”. Seguirà l’esame delle associazioni di corredo, a fronte della loro rilevante variabilità interna direttamente derivante dal polimorfismo dei comportamenti rituali e, nello specifico, della pratica miniaturizzante. In conclusione, la relazione tenterà di offrire nuovi spunti di riflessione su una pratica fortemente connotata come quella della miniaturizzazione, connessa al rituale incineratorio e identificata come una delle più significative esternazioni del costume funerario laziale di I e II Periodo.

 

A. Magagnini, Il deposito votivo di Santa Maria della Vittoria: progetti e linee di ricerca
Alla metà degli anni ‘80 Gilda Bartoloni intuì che era indispensabile porre mano allo studio sistematico dei depositi votivi romani per analizzare e comprendere uno degli aspetti più rilevanti nell’ambito delle fasi di formazione della città antica e della sua compagine sociale: la realizzazione delle aree sacre e dei santuari quali risultato di un processo mentale e culturale che certamente affondava le radici in tempi remoti. I materiali relativi a questi contesti, individuati in vari punti della Città soprattutto durante i lavori di urbanizzazione post 1870, subirono più di altri le manomissioni legate alle modalità frettolose e carenti adottate negli scavi con l’aggravante di una dispersione sistematica dovuta al fervido mercato antiquario romano di alto o basso livello e di una acquisizione disordinata nei musei foriera di enormi confusioni tra manufatti di diversa provenienza. Malauguratamente nei decenni a seguire questa categoria di manufatti non fu oggetto di particolare attenzione da parte delle diverse istituzioni museali. Il progetto di Gilda Bartoloni prevedeva dunque la creazione di un gruppo di lavoro che doveva in primo luogo catalogare i materiali attraverso l’utilizzazione di criteri innovativi e l’ausilio di tecnologie informatiche allora scarsamente impiegate in campo archeologico e, al tempo stesso, analizzare tutta la documentazione depositata presso gli archivi dei Musei e delle Soprintendenze. Purtroppo una serie di ostacoli burocratici impedì al progetto di decollare. Recentemente i risultati delle indagini archeologiche effettuate sotto l’ex Istituto Geologico, nei pressi del deposito votivo di Santa Maria della Vittoria, hanno spinto Gilda Bartoloni a riprendere le fila del progetto creando un nuovo gruppo di lavoro costituito da M. Arizza, L. Ceccarelli, F. di Gennaro, A. Piergrossi, F. Micarelli e da chi scrive, diretto alla studio del solo deposito di Santa Maria della Vittoria al quale attualmente sono riferibili 300 oggetti conservati ai Musei Capitolini e circa 60 oggetti al Museo Pigorini. Questo contributo ha come obiettivo quello di illustrare le molteplici linee di ricerca che il gruppo di lavoro sta affrontando, ricerche che sono state precedute dalla disamina complessiva degli oggetti per stabilire, in primo luogo, se tutto il materiale sia pertinente ad esso, distinguendolo da eventuali confusioni compiute dagli scavatori ottocenteschi e, non ultimo, da oggetti inseriti in antico da coloro che hanno preparato il deposito votivo. Si cercherà, inoltre, di delineare un quadro il più possibile esaustivo delle posizioni raggiunte dai diversi studiosi nell’analisi delle molteplici problematiche che il deposito votivo presenta a cominciare dalla natura stessa del contesto e, tra quelle di maggiore criticità, l’inizio dell’uso dell’area sacra e la divinità cui era destinato il culto. Una parte del contributo esaminerà, inoltre, le diverse interpretazioni date alle fonti letterarie ed epigrafiche in relazione alla collocazione topografica dell’area sacra in questa parte della città, aspetto questo di primaria importanza nello studio delle fasi formazione della Città.

 

V. Bellelli, Su un rivestimento fittile di colonna da Cerveteri
Nel contributo viene presentato un documento archeologico inedito portato alla luce recentemente dall’équipe del CNR-ISPC nel santuario del Manganello a Cerveteri. Si tratta di un grosso frammento di rivestimento fittile scanalato, con coronamento a dentelli, pertinente probabilmente a una colonna del tempio o di altro edificio del santuario. L’oggetto viene analizzato e classificato alla luce degli scarsi comparanda disponibili in letteratura, in cui spiccano per importanza quelli rinvenuti a Roma e in alcuni siti del Latium Vetus. La scoperta contribuisce a gettar luce sull’architettura del santuario.

 

M.P. Baglione, Considerazioni sulle azioni rituali nei contesti sacri e loro annessi: il caso di Pyrgi
L’estendersi dello scavo a nord del santuario monumentale a Pyrgi, ha portato alla luce, negli ultimi anni, un susseguirsi di azioni rituali, nella maggior parte dei casi ad un buon livello di conservazione, inserite all’interno di contesti riferibili a edifici di dimensioni non rilevanti, la cui caratterizzazione funzionale appare non nettamente definibile. L’iterazione di tali atti, la cui ritualità è caratterizzabile in base alle modalità di deposizione ed alla peculiarità stessa dei materiali interrati, copre un ampio arco di variabili, dall’instrumentum – pesi da telaio – ai sacrifici animali – cane depezzato nell’edificio in opera quadrata. Il ricorrere, nei livelli indagati e in un’area relativamente ristretta, di operazioni volontarie dettate da finalità “sacrali” pone problematiche interpretative, che inducono a ricercare un nesso di casualità che superi il livello di lettura legato ad interventi di obliterazione e ricostruzione delle diverse strutture indagate. Lo scavo dei complessi sacri ed abitativi è oggetto, grazie all’affinarsi della tecnica di scavo, di un’attenzione particolare, mirante a leggere nel terreno e a conservare gli indizi di azioni volontarie e definite nello spazio e nel tempo, da leggere come atti rituali. Se il rito è un atto nel quale una comunità, più o meno estesa, si identifica e riunisce per ottemperare finalità precise e note ai membri della comunità stessa (vd. le problematiche a livello antropologico riunite in INSOLL 2012), rimane da definire il carattere funzionale del contesto all’interno del quale il rito ha luogo. Nel caso di Pyrgi, nei due contesti sacri individuati sulla base di strutture ed evidenze epigrafiche – come nel caso del santuario monumentale – o grazie ad evidenze epigrafiche, azioni rituali e modalità delle offerte – nel caso del santuario meridionale – le attestazioni di atti di culto assumono piena valenza religiosa alla luce o grazie al carattere peculiare che rivestono le aree sacre rispetto al territorio circostante. Per lo scavo nel settore settentrionale, non essendo, fino ad ora, emersi dati oggettivi (strutturali, epigrafici o elementi caratterizzanti per tipologia ad es., ex voto), che indirizzino verso una asserita sacralità dell’area, rimane l’evidenza dell’iterazione di atti straordinari, legati a finalità particolari, che mostra un ruolo indubbiamente di interesse conferito al settore di edifici e percorsi stradali prossimo al santuario monumentale. Se la contiguità con l’area sacra può indurre a supporre che gli edifici in corso di scavo abbiano svolto una funzione di servizio legata ad essa, rimane tuttavia da considerare la sostanziale “ambivalenza” dei rituali letti sul terreno, che acquisiscono una piena caratterizzazione all’interno di un sistema religioso nel momento in cui siano effettuati nell’ambito di spazi a ciò consacrati e riconosciuti come tali dalla comunità.

 

S. Stopponi, Piccoli rilievi votivi da un grande santuario
Nello scavo di Campo della Fiera di Orvieto, ove ormai la moderna critica è concorde nell’ubicare il Fanum Voltumnae, sono stati trovati, nel recinto sacro del tempio A, frammenti di piccoli rilievi votivi di età tardo-arcaica. Su uno di essi è raffigurata un’Arpia, soggetto che ha altre attestazioni in ambito volsiniese.

 

G. Bagnasco, Sacro e bottega: riflessioni su alcuni bolli da Tarquinia
La chiusura di un pozzo del ‘complesso monumentale’ di Tarquinia mediante azione rituale, espressa da numerose suppellettili in ceramica di impasto e a vernice nera in gran parte iscritte, fornisce il contesto adatto per studiare un bollo recante tre lettere, fle, impresso su forme aperte di vasi. Il testo rientra nella sfera semantica di fler su cui la critica converge per un significato analogo a numen latino, ovvero di potenza numinosa che di volta in volta abita la situazione specifica e viene fatta oggetto di devozione. Particolarmente opportuno per il rinvenimento tarquiniese è il confronto con il noto specchio tardo-classico della Collezione Borgia (Napoli) dove il lemma flere è apposto su di una vera di pozzo da cui emerge una figura graficamente ritagliata in uno spazio “a parte”. L’immagine certifica l’essenza di una teofania che bene esprime la complessità della titolarità di aree sacre a carattere ctonio con abbondante utilizzo di strutture legate all’acqua e alle profondità della terra, come già evidente al ‘complesso’ nella centralità della cavità naturale da cui esso origina. Sempre al ‘complesso’, il bollo fle è alternante con fla, lemma documentato anche su piatti analoghi da una tomba dei Monterozzi, creandosi così l’aggancio fra due situazioni diverse, ma entrambe riconducibili alla sfera del sacro. Alla luce di questa e altre consimili evidenze, sempre da aree sacre, il contributo si propone di esplorare da un lato la tenuta del legame affermatosi negli studi fra vasi bollati e marchi di bottega e verificare dall’altro ulteriori potenziali significati dettati per esempio dalla pratica devozionale. Impressi nella ceramica, in questo tipo di contesti, i bolli sembrerebbero assumere il ruolo di evocare il manifestarsi di entità divine reiterandone parte del nome, più che denotarne l’appartenenza a una specifica bottega.

 

C. Carlucci, Il repertorio delle antefisse a figura intera etrusco-laziali. Cicli figurativi tra mito e culto
Il contributo avrà per oggetto il censimento dei tipi di antefisse a figura intera ad oggi note della produzione architettonica etrusca e laziale. Saranno privilegiate le antefisse associate ad altri tipi e appartenenti a cicli decorativi più o meno caratterizzati e che spesso sono legati a sistemi decorativi noti. L’interesse per questa classe è determinato dalla possibilità di avere a disposizione una varietà di soggetti iconografici completi che offrono maggiori certezze interpretative anche nell’individuazione dei miti scelti e connessi ai culti praticati nelle aree sacre che hanno restituito tali elementi decorativi. Scopo della ricerca è quello di realizzare un catalogo dei tipi e del loro sviluppo nel tempo. L’analisi sarà dunque sia sincronica che diacronica per comprendere se esiste una possibile linea evolutiva di questa categoria che contempli i mutamenti culturali sottintesi nella scelta dei soggetti e delle loro associazioni all’interno dei sistemi decorativi. Naturalmente non saranno esclusi tipi o esemplari isolati che andranno ad arricchire il quadro delle attestazioni e della diffusione della classe nell’ambito territoriale e culturale indicato.

 

N.T. De Grummond, D.F. Maras, An Etruscan Mirror with Tiur, Lasa and Turan
The article introduces a bronze engraved Etruscan mirror from a private collection, remarkable for its scene with three goddesses inscribed with the names Tiur, Lasa and Turan. This is the only inscribed image of the moon goddess Tiur known so far, and the image of Lasa adds to the known corpus of representations of that goddess assembled by Antonia Rallo (1974). The field of the mirror includes two crescent moons, amplifying the symbolism. Preliminary study suggests the mirror belongs typographically, stylistically and iconographically to a group of mirrors from Central or Northern Etruria dating to the later 4th century BCE. A commentary on the inscriptions will be provided by Daniele Maras.

 

L. Cerchiai, Il tempio di Apollo a Pompei: la dedica di Lucio Mummio e le funzioni del culto
Il tempio di Apollo a Pompei è ormai considerato quello ‘poliadico’ della città antica: lo prova innanzitutto la sua collocazione topografica in rapporto alla ‘piazza’ successivamente occupata dal Foro di età romana. Anche l’attribuzione ad Apollo, per quanto documentata in età più recente, si iscrive pienamente all’interno di un sistema del sacro, documentato in numerose città arcaiche dell’Italia antica, in cui al dio è assegnato il ruolo di garante della fondazione politica. In questo quadro, ulteriormente arricchito da studi recenti, si inserisce la dedica in osco di Lucio Mummio: un documento di eccezionale importanza, di cui è stata già approfondita la valenza storica. Lo studio si propone di approfondire la relazione tra la dedica e il tempio di Apollo, nell’ipotesi che da essa si possa risalire per recuperare una delle funzioni assunte dal culto già in età arcaica.

 

M.A. De Lucia Brolli, Tra i Falisci: acqua per gli dei
La prossimità al fiume – ed in particolare al principale corso d’acqua della regione – è un elemento caratterizzante che accomuna alcuni importanti santuari suburbani del territorio falisco, da Falerii a Corchiano a Narce. Questa particolare dislocazione offriva la possibilità di disporre di acqua corrente per gli eventuali riti purificatori necessari ad accedere all’area sacra o ai riti sacrificali. Ma, oltre ad essere una risorsa fondamentale nella sfera del reale, l’acqua svolgeva sul piano ideologico una funzione liminale e nel contempo, nel culto, di mediazione. Nelle diverse aree sacre note – sia suburbane sia urbane – si apprezza la presenza di strutture idriche, talora semplici canali ricavati nel banco, talaltra cisterne-piscine di carattere monumentale, come quelle di Vignale, dello Scasato e quella meno nota di Corchiano, scoperta in loc. Casino negli scavi del 1905-1906. E’ lecito mettere in relazione questi apprestamenti con l’espletamento di riti di purificazione e, probabilmente, di iniziazione, di passaggio da uno status ad un altro, anche nel corso di cerimonie collettive, come suggerirebbe la monumentalità delle piscine di Vignale. Queste ultime condividono analogie formali e di allineamento, mentre gli accessi alle “vasche” sono orientati in direzione contrapposta: verso nord la scala della piscina settentrionale, verso sud quella dell’altra. E’ ipotizzabile che a questo orientamento contrapposto possa corrispondere una interazione con sfere cultuali diverse: la piscina nord sembra porre il fedele in un rapporto ideale con il santuario di Giunone Curite a Celle, l’altra guarda al Soratte e dunque al culto del dio falisco Pater Soranus. Non si può escludere che questa netta distinzione sia da riferire ad una separazione dei sessi nel corso di cerimonie iniziatiche legate alle diverse divinità in un contesto – quello del santuario dell’acropoli – di particolare importanza per la formazione del corpo civico.

 

 

Sessione 2) Topografia del cuore 

Veio, Populonia, Poggio Buco, Monteriggioni, Roma e il Lazio

V. Acconcia, Archeologia dell’abitare: tra cultura materiale e ricostruzione storica nelle ricerche di Gilda Bartoloni (Veio, Monteriggioni, Colle Val d’Elsa, Populonia) Le ricerche condotte sul campo da Gilda Bartoloni a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, nell’ambito delle attività della cattedra di Etruscologia e Antichità Italiche si sono indirizzate prevalentemente all’indagine di contesti insediativi, in una fase della storia degli studi in cui l’interesse prevalente per il settore etruscologico era ancora legato agli scavi di necropoli o all’interno di santuari e, conseguentemente, alla cultura materiale espressa da questo tipo di contesti. L’estrema apertura verso nuovi spunti metodologici, verso il dialogo con altre scuole (italiane e straniere), altre discipline archeologiche e anche con aspetti innovativi della ricerca, hanno consentito di avviare un processo di inclusione e di formazione di un gruppo di lavoro estremamente nutrito, attivo su più fronti. I cantieri in cui tale gruppo si è andato formando, attraverso un continuo rinnovo generazionale, sono quelli dell’area senese-volterrana, Populonia e Veio, oltre ad alcune esperienze condotte in Corsica e a supporto di altri progetti di ricerca. Il confronto con contesti riferibili sia alle fasi di formazione urbana di grandi centri, con continuità fino alla conquista romana e oltre, sia a realtà insediative rurali o periferiche ha avviato una riflessione sulle dinamiche di gestione degli spazi abitativi, in relazione alla configurazione delle comunità antiche, supportata anche dalla analisi della cultura materiale, delle forme di autorappresentazione delle élites e del rapporto con i territori di riferimento e le risorse disponibili.

 

S. De Francesco, Gli impasti bruni nella necropoli di Casalaccio a Veio: le forme e il repertorio decorativo
La necropoli di “Casalaccio” o “Torraccia” è situata sulla riva sinistra del Fosso della Mola, sotto le mura della città, presso le rovine della fattoria “il Casalaccio” dalla quale prende il nome (I.G.M. F. 150 – IV – NO), e insieme alle necropoli di “Valle la Fata”, villanoviana, e di “Monte Campanile”, orientalizzante, era situata, in antico, nei pressi della strada che doveva condurre a Roma. Le ventuno tombe furono riportate alla luce in un’unica campagna di scavo, nell’aprile del 1928, sotto la direzione di G.Q. Giglioli. Utilizzata con una certa continuità a partire dal secondo quarto del VII secolo e fino agli inizi del VI, la necropoli di Casalaccio sembra tuttavia essere appartenuta ad un unico nucleo familiare, che, col tempo, deve aver utilizzato l’area per le proprie sepolture sempre più sporadicamente, pur senza mai abbandonarla del tutto, almeno fino al IV secolo. Che sia stato un gruppo gentilizio di ceto sociale medio-alto forse potrebbe essere confermato dall’ubicazione stessa della necropoli sull’asse viario che doveva condurre a Roma, oltre che dai ricchi corredi delle tombe a camera dell’orientalizzante medio e recente, soprattutto se si pensa che parte di queste tombe sono state violate in antico e risultano pertanto quasi del tutto prive di oggetti di bronzo. L’impasto bruno è la classe più diffusa nei contesti delle tombe orientalizzanti, con ben 56 vasi, attestata in forme connesse con la pratica del banchetto (oinochoai, anforette, calici, kantharoi, kotylai): si tratta di reperti tutti torniti e nella maggior parte dei casi sottoposti a lisciatura, alcuni dei quali a pareti molto sottili. L’impasto risulta in genere ben depurato, con pochi inclusi; le fratture sono regolari. Il repertorio decorativo, realizzato per lo più ad incisione, è molto vario, soprattutto per quanto riguarda le oinochoai, che presentano sia decorazione lineare (linee continue, molle, zig-zag, archetti intrecciati, triangoli campiti), sia decorazione fitomorfa (palmette fenicie e fiori di loto, singole o in teorie), sia infine decorazione figurata (nel caso della rappresentazione di nave sulla oinochoe della tomba XVII del Giornale di Scavo).

 

R. Cascino, Galeotto fu Veio!
Il presente contributo si propone di ripercorrere le tappe principali di una lunga e proficua collaborazione tra studiosi italiani e inglesi iniziata, per quanto mi riguarda, alla fine degli anni 90, con la tesi di laurea su Veio-Comunità, condotta sotto la guida esperta e sempre pragmatica della Professoressa Bartoloni, che già conosceva molto bene l’ambiente anglosassone, avendo partecipato da studentessa agli scavi presso la necropoli di Quattro Fontanili tra gli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso. La mia ricerca su Veio, dopo la partecipazione ad alcune campagne di scavo a Piazza d’Armi, ha preso le mosse dal riesame dei dati e dei materiali raccolti nel corso del South Etruria Survey di Ward-Perkins, ad oggi ancora custoditi presso la British School at Rome. Elemento fondamentale di tale collaborazione e attività di ricerca sono le pubblicazioni che si sono succedute negli anni: vari articoli, monografie e atti delle giornate di studio. Attualmente, il dottorato in corso presso l’Università di Southampton, mi permette di continuare ad occuparmi di Veio e, nello specifico, del suo territorio. I temi principali della mia ricerca riguardano da un lato le attività produttive, dall’altro le dinamiche e i modelli degli insediamenti e, conseguentemente, i traffici commerciali a Veio e nel suo territorio.

 

A. De Cristofaro, La società veiente tra VI e V secolo a.C.: problemi storici e archeologici
Il contributo ricostruisce, attraverso l’analisi della fenomenologia archeologica funeraria e insediativa, il profilo della società veiente tra VI e V secolo a.C. Particolare attenzione sarà rivolta al riesame dell’ideologia funeraria, degli aspetti storico-economici e allo studio delle dinamiche di evoluzione e trasformazione che caratterizzano la società veiente tra l’età arcaica e la definitiva conquista romana della città.

 

L. Michetti, Ricerche in corso a Veio. Riflessioni sulla produzione del bucchero

Gli scavi in corso da parte della Sapienza nel quartiere artigianali di Piano di Comunità e la revisione dei materiali dal santuario del Portonaccio conservati nei depositi del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia consentono alcune riflessioni sulla manifattura a Veio del bucchero, specie in relazione alla fase più recente della produzione, e sul repertorio morfologico legato alla sfera votiva.

 

D. Rossi, M. Arizza, “Buoni confini fanno buoni vicini”. Acquafredda: un sito di frontiera tra i territori di Veio e Roma

 

A. Volpi, I rituali quotidiani: l’impasto chiaro sabbioso nella preparazione delle derrate alimentari

Questo articolo, tratto dal lavoro svolto per il dottorato di ricerca in Archeologia presso Sapienza Università di Roma, frutto di una collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Roma, si prefigge lo scopo di descrivere la funzione della classe dell’impasto chiaro sabbioso nel suo utilizzo quotidiano in ambito domestico. L’analisi ha preso in considerazione i diversi utilizzi proposti nel corso della storia degli studi per i materiali in impasto chiaro sabbioso, concentrandosi in particolare sugli scodelloni a fascia e sui bacini. Tutte le ipotesi, pur nella loro diversità, hanno in comune il fatto di collegare queste forme con i complessi procedimenti della preparazione e trasformazione delle derrate alimentari, principalmente quelle cerealicole. Partendo da questo presupposto, dopo una breve descrizione di alcuni aspetti della produzione e della preparazione dei cibi nel mondo antico, nell’articolo si analizzano alcuni capitoli del De agri cultura di Catone. L’opera, pubblicata nel 160 a.C., propone alcune ricette tradizionali precedenti l’introduzione della panificazione, grazie alle quali possiamo avanzare alcune ipotesi circa le funzioni che dovevano svolgere alcune forme nella preparazione degli alimenti. Queste ipotesi trovano poi conferma anche attraverso il confronto con le fonti iconografiche, in particolare nelle raffigurazioni presenti nella Tomba Golini I di Orvieto. Nella seconda parte dell’articolo si analizzano alcuni aspetti della produzione della classe, partendo dall’esame di alcuni modelli di riferimento provenienti dalla Grecia e dalla Fenicia. Infine, tutte le informazioni sull’utilizzo e sulla produzione sono state messe in relazione tramite l’analisi di caratteristiche proprie di alcuni materiali in impasto chiaro sabbioso ancora inediti, rinvenuti in alcuni siti rurali localizzati nel comparto meridionale del territorio veiente.

 

P.S. Lulof, Loyal Friends. Dogs in Architectural Terracotta Decoration

The terracotta decoration of the roofs of family dwellings and houses, palaces of the rulers and temples of the communities in ancient Italy, have now been thoroughly studied since the last decades. Publications of this material class in journals and conferences, like Deliciae Fictiles, but also in specialized monographies, made it possible to look into domestic life, as well as the ruling and religious world in Archaic Etruria. The imagery displayed on terracotta decoration of roofs, is extremely rich, and shows us on microscopic level how gods, humans, mythological monsters and domestic animals interacted in private, military and religious scenes. Dogs participate everywhere, but have never been studied separately in this particular context. It is mostly in revetment plaques that dogs appear, in obvious scenes, where you should expect them: in banqueting, processions and hunting. However, in one spectacular case, a dog fulfilled a dominant role: as the loyal companion of the master displayed in an acroterion that once dominated the roof of the so-called oikos in Veii, in the middle of the 6th century BC. In this paper, I will analyse the image of the dog in architectural terracottas, to unravel their (symbolic) meaning and prominent role in domestic and public life in Etruria through the ages.

 

F. Lo Schiavo, Nuove riflessioni sui manufatti bronzei nuragici in Etruria ed in Italia peninsulare

L’argomento non è nuovo, ma riserva continui spunti di interesse con gli approfondimenti della ricerca: dai primi pioneristici studi di CAMPOREALE (1967 e 1969) e dalla cauta presentazione di nuovi e sempre più numerosi e significativi reperti negli anni Ottanta e Novanta (LO SCHIAVO 1981; 1994; LO SCHIAVO, RIDGWAY 1987), la problematica si è arricchita di spunti di interesse, in relazione diretta con le nuove classi di materiali che continuamente venivano in luce nelle ricerche sul campo o – parallelamente – si riconoscevano nei depositi museali. Si giunge così a Mostre tematiche (Gli Etruschi e la Sardegna 2008; Navi di Bronzo 2011 e 2012) ed a cataloghi davvero impressionanti per dimensione e varietà delle categorie trattate (MILLETTI 2012). Un aspetto che si è venuto via via delineando non è solo l’ampiezza dell’arco cronologico fra le datazioni attribuite agli originali nuragici e quelle dei contesti peninsulari nei quali si rinvengono, ma soprattutto la diversa simbologia che questi manufatti assumono nel passaggio diretto, nella conservazione e tesaurizzazione, nella riproduzione o imitazione prossima e remota, per cui si può in alcuni casi parlare di “eredità” (LO SCHIAVO, MILLETTI 2013; LO SCHIAVO, MILLETTI, TOMS PARRY 2014), in altri di “cimeli” (MILLETTI 2012; MILLETTI, LO SCHIAVO 2018), ed in altri ancora di lontani riecheggiamenti (PACCIARELLI, LO SCHIAVO 2017). Si cercherà dunque di definire meglio la differenza fra il significato intrinseco di questi manufatti nell’ambito isolano (le caratteristiche della produzione e della loro collocazione) e, per confronto, nell’ambito peninsulare di ricezione, dedicando una particolare attenzione ai contesti tombali ed ai ripostigli

 

A. Conti, Ritorno a Firenze. Pitigliano nelle collezioni del “Museo Topografico dell’Etruria”

Come è noto, alla fine degli anni ‘60 la Prof.ssa Bartoloni fu chiamata dall’allora Soprintendente alle Antichità dell’Etruria Guglielmo Maetzke a collaborare al lavoro di revisione e schedatura dei materiali di Poggio Buco e Pitigliano del Museo Archeologico di Firenze, gravemente danneggiati dalla disastrosa alluvione che aveva colpito la città toscana nel novembre 1966. La monografia su Poggio Buco, edita nel 1972 dall’Istituto di Studi Etruschi ed Italici nella collana “Monumenti Etruschi”, è uno degli esiti di questo complesso lavoro. I materiali da Pitigliano (tre corredi tombali di età orientalizzante, più diversi nuclei di materiali sporadico di Età orientalizzante e arcaica, la maggior parte dei quali frutto delle ricerche ottocentesche di Riccardo Mancinelli) non hanno mai conosciuto, invece, un’edizione sistematica. Alcuni di essi sono comunque noti grazie a studi specifici (G. Bartoloni, Ancora sulla Metopengattung. Il Biconico dipinto di Pitigliano, in Studi in onore di G. Maetzke, Roma 1983), cataloghi di mostre (Restauri Archeologici, Firenze 1969; Mostra del restauro, Grosseto 1970; Signori di Maremma, Grosseto e Firenze 2009-2010), a più ampi lavori riguardanti determinate classi di materiali (M.C. Biella, Impasti orientalizzanti con decorazione ad incavo, Roma 2007; M.L. Medori, La ceramica “white on red”, Bolsena 2010) e infine grazie a ricerche che, in anni più o meno recenti, hanno contribuito a delineare la complessa fisionomia culturale di questo centro dell’entroterra vulcente (ad es. G. Colonna, Ricerche sull’Etruria interna volsiniese, in StEtr 1973; Guida al Museo Civico di Pitigliano, Pitigliano 1999; A. Maggiani, E. Pellegrini, in AnnFaina X, 2002; G. Camporeale, E. Pellegrini, in AnnFaina XII, 2005). Con questo intervento si vuole offrire alla Prof.ssa Bartoloni una sintesi dei risultati presentati nelle mie tesi di Laurea Triennale e Specialistica (2006 e 2009), nelle quali ho avuto modo di riprendere in considerazione tutti i diversi nuclei di materiale pitiglianese delle collezioni dell’ex “Museo Topografico” – giungendo in diversi casi a rintracciare (o correggere) provenienze – e di approfondire alcuni aspetti della cultura materiale del sito in rapporto al ruolo che esso riveste nel comprensorio della media Valle del Fiora, crocevia tra Etruria meridionale e settentrionale, area di frontiera tra i territori di Vulci, Orvieto e Chiusi.

 

L. Pulcinelli I signori di Melonta. Un insediamento di VIII-VI secolo a.C. tra Chiusi e Volsinii

Il Monte Melonta è un rilievo allungato in direzione nord-sud che domina, con i suoi oltre 600 m di altezza, la regione collinare – piuttosto impervia – compresa tra la dorsale del Monte Peglia e la stretta valle del Torrente Chiani, a nord-est di Orvieto. Come noto, questa zona – eminentemente ‘di passaggio’ e povera di testimonianze archeologiche – costituisce da sempre una sorta di cerniera tra il distretto volsiniese, quello chiusino e quello perugino più a nord. La località è conosciuta principalmente per il rinvenimento, effettuato nel 1875, della nota iscrizione CIE 5128, su disco di arenaria, datata verso la fine del VI secolo a.C., che attesta verosimilmente la presenza di un luogo di culto sull’altura. Tuttavia il sito – sebbene mai oggetto di indagini sistematiche e pesantemente compromesso da ricerche clandestine – ha restituito nel tempo un cospicuo numero di reperti, prevalentemente bronzei, riferibili ai corredi di alcune ricche sepolture databili tra l’VIII ed il VII secolo a.C. Tale insieme di materiali, solo parzialmente edito, è costituito prevalentemente da oggetti di ornamento personale (fibule a sanguisuga, fibule a navicella decorate a motivi incisi, catenelle e pendaglietti, bracciali): si deve segnalare però la presenza di almeno un notevole baciletto tripode con zampe a verghetta ripiegata. Il panorama dei confronti e dei contatti culturali mostrato dai materiali superstiti risulta piuttosto ampio, a testimonianza dell’inserimento del sito nelle correnti commerciali e culturali della regione, sebbene chiaramente riferibile ad ambiente volsiniese. Il contributo cercherà dunque di offrire una documentazione esaustiva dei rinvenimenti di Monte Melonta, nonché delle non molte altre presenze archeologiche identificate nella zona, in modo da ricostruire per quanto possibile un quadro complessivo dell’insediamento e della sua funzione territoriale.

 

M. Bonamici, Ancora sulla cinta muraria arcaica di Volterra.

In questo lavoro si pubblicano alcuni spezzoni di mura databili in età arcaica e giacenti nelle cantine di palazzi di abitazione. Il posizionamento di due di questi lacerti, ubicati nell’entroterra della Porta all’Arco ad una distanza di circa 90 m., ha rivelato che le strutture formano un angolo retto. E’ facile dunque ipotizzare che i due muri appartengano alla sistemazione monumentale di una porta urbica, che fu sostituita in età ellenistica dalla Porta all’Arco perché obliterata dal processo di espansione del tessuto urbano.

 

A. De Santis, All’origine dei Latini

Nel corso del Bronzo finale (XI-X sec. a.C.) compare nel territorio del Lazio antico un aspetto culturale locale del quale si può seguire lo sviluppo per tutto il corso dell’età del Ferro (X- VII sec. a.C.). Nel momento più antico, non esistono vere necropoli, ma piccoli gruppi di tombe ad incinerazione con corredo miniaturizzato che ci restituiscono le figure di capi investiti del potere politico e religioso che guidano il processo di trasformazione culturale e politica in atto nella regione. Recenti ritrovamenti confermano il ruolo trainante svolto in questo momento dalle comunità dei Colli Albani con l’area immediatamente adiacente, in accordo con le notizie riportate da scrittori e storici. In questo contesto, un significato particolare sembra aver avuto la località di Santa Palomba, al Km 20 della via Ardeatina attuale. La località di S. Palomba, che occupa una posizione centrale fra la pianura costiera, i Colli Albani e Roma, a partire dalla fine dell’età del Bronzo finale fino ad una fase avanzata della prima età del Ferro, presenta una particolare concentrazione di tombe maschili con rituale tradizionale ad incinerazione con corredo miniaturizzato. Alcuni di questi corredi sono fra i più complessi della regione, per l’abbondanza di tutte le categorie di manufatti e per la quantità di ruoli e funzioni riconoscibili. Queste sepolture che si distribuiscono, una per generazione, dal I periodo (ca. XI-X sec. a.C.) fino alla fase laziale IIB (ca. IX sec. a.C.), comprendono regolarmente i principali indicatori di ruolo politico-militare e religioso (spada, coltello, doppi scudi, dischi-corazza), oltre a indicazioni eccezionali di prestigio, come carri a due cavalli, vasellame di bronzo, strumenti rituali. Sembra probabile che questi personaggi rivestissero una funzione di vertice sovra-comunitaria. Il complesso di S. Palomba non sembra essere la necropoli di un unico centro, ma come indicano la qualità e la quantità degli indicatori di ruolo e di prestigio presenti nei corredi miniaturizzati delle incinerazioni maschili, potrebbe essere il luogo di sepoltura di alcuni dei “capi” più importanti del Lazio fra la fine dell’età del Bronzo finale e una fase avanzata della prima età del Ferro, sepolti con alcuni membri delle loro famiglie. La presenza dei carri in quasi tutti questi corredi sembrerebbe avvalorare questa interpretazione, suggerendo una attività di controllo sul territorio. A questo proposito appare suggestivo ricordare le notizie delle fonti che indicano per questo periodo il ruolo centrale dei Colli Albani, sede del culto federale dei populi Albenses e quindi l’esistenza di una confederazione di comunità distinte. Il complesso di S. Palomba, per le sue caratteristiche e per la sua posizione, potrebbe essere collegato proprio a questa forma di organizzazione politico-territoriale.

 

G. Melandri, Vecchi e nuovi dati da Sermoneta (LT). Stato dell’arte e prospettive

A partire dal 1901 le ricerche sermonetane si sono susseguite con alterne vicende. Dagli studi di Savignoni e Mengarelli fino alle più recenti indagini topografiche della scuola olandese, passando per la restituzione di una parte delle sepolture della necropoli di Caracupa in occasione della mostra “Civiltà del Lazio primitivo” a firma di G. Bartoloni e G. Bergonzi, il quadro archeologico, relativo all’età del ferro, di questo importante centro laziale è stato più volte affrontato, ma resta tutt’oggi frammentario. Ciò è dovuto soprattutto alla dispersione dei materiali, oggi custoditi da diversi musei ed enti, e alla mancanza di una visione d’insieme con una pubblicazione integrale delle testimonianze antiche del sito, che ne affronti gli aspetti funerari e insediativi alle sue origini. Alle vecchie si associano più recenti indagini della Soprintendenza che hanno restituito nuovi corredi, esaminati parzialmente, e nuovi dati sulle dinamiche territoriali in atto tra età del Bronzo ed età del Ferro, che fanno di Sermoneta un centro-crocevia tra Latium vetus e Fossakultur cumana anche in termini culturali. Tra i corredi, un cenno meritano quelli conservati oggi tra il Museo della Ceramica di Sermoneta e il Museo della Città e del Territorio di Cori, ancora parzialmente inediti. In questo contributo si vuole fornire un quadro dello status quaestionis, con occhio vigile agli aspetti prettamente legati all’archeologia funeraria di Sermoneta (Caracupa, Valvisciolo), senza tacere tuttavia i dinamismi alla base dell’articolato processo formativo del complesso insediativo (città alta e bassa: Monte Carbolino, Caracupa).

 

M. Gnade, Satricum nel periodo protostorico: una revisione del modello insediativo

Gli scavi condotti negli ultimi anni nell’area urbana di Satricum hanno rivelato un’abbondanza di strutture antiche risalenti alla fase arcaica della città, ritenute ormai perdute dopo le intense attività agricole cui la zona è stata soggetta negli anni Settanta. Le indagini effettuate in profondità fra tali strutture hanno portato alla luce numerose tracce che indicano come questa zona della città sia stata intensamente sfruttata anche nel periodo precedente. Oltre a diverse buche di palo rinvenute nelle terra vergine attribuibili a strutture anteriori, sono emersi diversi elementi databili tra VIII e VII secolo a. C., evidenze di attività metallurgiche nonché una tomba infantile risalente al primo quarto del VII secolo a. C. Tali ritrovamenti forniscono importanti dati, rendendo dunque necessaria una revisione fondamentale del modello insediativo finora proposto per Satricum nel periodo protostorico.

 

F. Delpino, Fragilità di un modello

Il superamento dell’assetto protostorico per villaggi a favore di un’organizzazione concentrata sulle città – fenomeno caratterizzante nell’Etruria meridionale le dinamiche di popolamento dell’età del bronzo avanzata e finale – secondo un diffuso paradigma interpretativo sarebbe portato di un “modello di sviluppo protourbano”, espressione di un “avanzato modello di progettualità”. Tale paradigma interpretativo presenta elementi di opinabilità ed intrinseca fragilità nella mancata valutazione della possibilità che l’incrementarsi e il concentrarsi del popolamento nelle ampie formazioni orografiche che saranno sede dei grandi centri dell’Etruria meridionale sia stato effetto e non causa dell’abbandono di tanti fiorenti abitati dell’età del bronzo. In questa prospettiva, anziché riportare quel fenomeno ad un “avanzato livello di progettualità”, ad un aprioristico “modello di sviluppo protourbano”, andrebbero ricercate e valutate altre cause, endogene ed esogene, che possono aver provocato l’implosione delle maggiori comunità “protovillanoviane” con la conseguente dispersione delle popolazioni e la loro riorganizzazione in altre sedi. Un forte e negativo condizionamento proprio al modello interpretativo in esame è insito nell’impiego del termine “protourbano”, variamente declinato, per le sue evidenti implicazioni teleologiche. Non si tratta infatti di un’espressione per così dire ‘neutra’, accettabile per comodità espositiva in quanto di largo e ormai comune uso: col suo legare stadi evolutivi di un processo variamente in atto sul lungo periodo ad una precisa progettualità e ad un esito determinato – la “svolta protourbana” – quel termine ostacola ed impedisce di valutare altre opzioni e differenti risultati.

 

C. Ampolo, La formazione della città a Roma: quel che i morti ci dicono dei vivi. Una revisione critica

 

C. Smith, Clans and cities

This paper reconsiders the notion of ‘società gentilizia’, brilliantly studied by Bartoloni, and offers some considerations on the role of the elite in urbanization, with special reference to Lazio. We shall argue that the more nuanced versions of aristocratic structures which have been developed recently offer opportunities for sophisticated models of the emergence of urban forms and within that the development of cultic and sacrificial behaviour. This is most evident at large sites like Rome or Veii, but we will consider how we can best develop this model for smaller sites, and integrate it within Ampolo’s notion of the open society operating in the seventh and sixth centuries BC.

 

F. di Gennaro, Dall’età del bronzo alla civiltà classica del mediterraneo. Aspetti della protostoria tirrenica

L’epoca che chiude la preistoria e apre la civiltà classica ha goduto del privilegio di essere stata osservata dai due fronti opposti, rappresentati dagli studiosi di preistoria e dagli archeologi di formazione classica tra i quali rientra, con l’intensa attività svolta nel campo specifico, Gilda Bartoloni. La trasformazione della società e del rapporto delle comunità con il territorio, che in un breve volgere di tempo porta all’assetto storico preromano dell’Italia centrale, è frutto di un lungo sviluppo che si è parzialmente potuto ricostruire e che sembra indicare una forte continuità, densa di elementi di originalità, ma anche una notevole apertura verso l’esterno. Nel corrispondente quadro storico, tracciato solo nelle grandi linee, è possibile individuare sempre nuovi obiettivi di ricerca, su alcuni dei quali ci si intende qui soffermare.

 

 

Sessione 3) Il Villanoviano: all’inizio della cultura etrusca

 

S. Neri, F. Pitzalis, A volte ritornano. Note a margine della riacquisizione di alcuni reperti della Prima età del ferro dell’Etruria meridionale

Uno degli aspetti meno noti dell’attività di studio di Gilda Bartoloni riguarda il suo coinvolgimento nella lotta al traffico illecito di beni culturali. Il suo nome compare infatti, insieme a quelli di Giovanni Colonna e Fausto Zevi, tra quelli degli esperti incaricati di esaminare i reperti sequestrati a Giacomo Medici nel Porto Franco di Ginevra nel 1995. L’intervento si inserisce, dunque, in questa prospettiva e, soffermandosi in modo particolare su alcuni reperti riferibili all’VIII secolo sec. a.C., recentemente confiscati dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, e purtroppo irrimediabilmente decontestualizzati, intende proporre una riflessione su come l’enorme e sempre sottostimato volume dei materiali provenienti da scavi clandestini infici la leggibilità del record archeologico e costituisca un grave ostacolo alla ricostruzione storica.

 

V. D’Ercole, L’arte della guerra nel mondo villanoviano

Verranno prese in esame le fonti archeologiche presenti nel mondo villanoviano non dal tradizionale punto di vista tipologico e cronologico ma come elementi di analisi atti a tentare di ricostruire metodi d’uso, scelte funzionali, tattiche e strategie in uso, fra X ed VIII sec. a. C., in Italia centrale.

 

F. Biagi, M. Milletti, L’età del ferro a Populonia: nuovi dati dall’abitato e dalla necropoli

Si deve a Gilda Bartoloni il merito di aver valorizzato alcune peculiarità del Villanoviano populoniese, sia nella sfera funeraria che nel quadro dei traffici tirrenici, rilevando peraltro i rapporti privilegiati con l’ambiente sardo. Le indagini condotte dalla Sapienza e da lei dirette nella necropoli di Poggio delle Granate e nell’abitato di Poggio del Telegrafo, sede della futura città storica assieme al limitrofo Poggio del Castello, hanno sostanziato la tesi di una effettiva unitarietà del centro etrusco fin dagli inizi dell’età del Ferro, in contrapposizione all’ipotesi, ancora prevalente all’avvio del programma d’indagini, di una struttura policentrica per il tessuto insediamentale populoniese di IX e VIII secolo a.C. e, di conseguenza, di un ritardo nell’avvio del fenomeno protourbano per il centro etrusco.

 

M. Bischeri, Per una rilettura dei vecchi dati dalle necropoli di Bisenzio

Il contributo, rielaborando parte del lavoro iniziato con la prof.ssa Gilda Bartoloni per la tesi triennale, offre una panoramica dei materiali dell’età del ferro e dell’orientalizzante antico rinvenuti fra il 1884 e il 1885 a Bisenzio (Capodimonte, VT), nei primi scavi sistematici del sito. L’episodio si inquadra in un momento cruciale dell’archeologia postunitaria, segnato dal dibattito sulle “origini degli etruschi” che guidava la scoperta dei sepolcreti protostorici dell’Italia centrale. I materiali, divisi fra vari musei italiani (Chiusi, Arezzo e Firenze) ed esteri (Musei Vaticani, S. Germain en Laye, Copenaghen), presentano condizioni di documentazione eterogenea: i dati editi e le notizie d’archivio vengono confrontate per rileggere il materiale adespoto, per proporre ricostruzioni attendibili di alcuni corredi e nuove attribuzioni. Nel solco di un’intuizione di G. Bartoloni, recentemente è stato proposta l’attribuzione a Bisenzio di una lamina bronzea conservata nel Museo Nazionale di Chiusi, interpretabile come raccordo di scudo bilobato, di un tipo tecnicamente molto vicino ai celebri scudi della tomba 1036 di Veio Casal del Fosso. Fra gli altri materiali, degne di nota sono anche le 6 urne a capanna provenienti dalle necropoli di S. Bernardino e Polledrara, già presentate singolarmente nella monumentale monografia sulle urne di provenienza italiana, ma di cui solo 4 erano state attribuite con certezza a specifiche tombe visentine.

 

A. Piergrossi, Frontiera di integrazione ed inclusione: Poggio Montano, un sito dell’Etruria interna meridionale: storia del paesaggio e interazioni culturali fra la fine della Prima età del Ferro e il periodo orientalizzante

La necropoli di Poggio Montano è una delle più significative evidenze archeologiche dell’Etruria meridionale interna nella fase di passaggio fra il tardo Villanoviano e l’Orientalizzante antico, quando si manifesta il crescente interesse delle città costiere per l’entroterra. Si colloca lungo un asse di comunicazione fra nord e sud che dalle valli del Tevere, del Sacco e del Liri attraverso Veio e l’agro falisco raggiunge, passando per Bisenzio, l’Etruria mineraria e poi Bologna e la pianura padana, a suo tempo evidenziato da Gilda Bartoloni. Non a caso il sistema funerario adottato e la cultura materiale di Poggio Montano risultano sicuramente legati a quelli coevi di Tarquinia, di cui si può ritenere una emanazione, ma mostrano tratti in comune con tutti i maggiori centri limitrofi: Bisenzio, Vulci, ma anche Veio, l’Agro falisco e Capua. Questo dimostra che il confine territoriale nell’hinterland tarquiniese non rispondeva ad un confine culturale e non impediva a fattori di natura ideologica e sociale di diffondersi e di annullare quegli stessi confini, in special modo in un sito di frontiera. Lo stanziamento di Poggio Montano risponde prevalentemente ad esigenze di tipo commerciale, oltre che strategiche – come dimostra anche la massiccia presenza di materiale di ispirazione greca e vasellame metallico – , che vengono meno quando si intensificano nel secolo successivo gli itinerari costieri, controllabili dai centri maggiori per peso demografico e militare.

 

G. Ciampoltrini, A. Giannoni, Il sepolcreto villanoviano di Lucca-Arancio

Le attività di archeologia preventiva condotte fra 2009 e 2011 per la costruzione dell’ospedale “San Luca” di Lucca, in località Arancio, nella odierna periferia orientale della città, hanno proposto uno spaccato della storia della frequentazione di questo tratto della Piana dell’Auser/Serchio, dall’età etrusca fino al Novecento. Ne dà sinteticamente conto una pubblicazione divulgativa (Anamorfosi di un paesaggio. Gli scavi nell’area dell’Ospedale San Luca e la storia della Piana di Lucca dagli Etruschi al Novecento, a cura di G. Ciampoltrini, Pisa 2014) edita per l’inaugurazione del percorso espositivo negli ambienti dell’ospedale. Il primo segno di frequentazione dell’area è dato da un piccolo sepolcreto di tombe a pozzetto, con materiali riferibili al Villanoviano II. La rioccupazione dell’area in età ellenistica, e in seguito la costruzione di una mansio fra fine I e inizi II secolo d.C., investirono le tombe, sì che queste si presentarono allo scavo drasticamente manomesse; in un caso, anzi, con segni di reimpiego intorno alla metà del III secolo a.C. La testimonianza della necropoli di Lucca-Arancio, aggiungendosi all’evidenza dell’insediamento del Chiarone di Capannori (già presentato in “Studi Etruschi”, LVIII, 1992) permette di collocare nell’avanzato VIII secolo a.C. la rioccupazione della Piana dell’Auser/Serchio, dopo le trasformazioni ambientali succedute al crollo del sistema di insediamenti del X secolo a.C. documentato dal villaggio di Fossa Cinque della Bonifica del Bientina. I contatti culturali con Volterra inducono a valutare – sulla scorta di un esame analitico del contesto – una “colonizzazione” del territorio promossa dalla questa città, ormai in avanzato stato di consolidamento, e il sincronismo con la formazione della struttura urbana di Pisa, collocata dalla necropoli di Via Marche nello stesso torno di tempo.

 

M. Paribeni, C. Rizzitelli, Tombe villanoviane di Pisa. Primi dati dalla necropoli di via Marche

Tra il 2005 ed il 2006 a Pisa, presso Porta a Lucca, gli scavi preventivi alla realizzazione di due edifici affacciati su via Marche hanno interessato un contesto pluristratificato compreso tra l’età del Ferro e la tarda antichità dal quale è emersa con particolare evidenza la destinazione a sede di necropoli della fascia a settentrione della città. Parzialmente compresa nell’area di indagine è la necropoli più antica, con trentacinque tombe di cremati: i pozzetti, il rituale funerario e i corredi partecipano dei caratteri generali del Villanoviano, con riferimenti soprattutto alle realtà di VIII secolo a.C. dell’Etruria settentrionale e padana. La presenza di cippi a clava e di tombe che scendono fino al VII secolo a.C. testimoniano uno sviluppo successivo della necropoli, ma anche gli effetti di fattori che ne hanno compromesso la conservazione, quali la difficile situazione idrogeologica e le trasformazioni dovute allo sviluppo della città in età romana. Dopo un lungo periodo di lavori successivi alle indagini sul terreno, durante il quale le tombe prelevate e trasferite nel laboratorio di Paleopatologia dell’Università di Pisa sono state sottoposte a TC e a microscavo (tra 2007 e 2010), e i resti ossei sono stati studiati, è seguito il restauro dei cinerari e dei corredi, concluso nel 2014 presso il Centro di Restauro di Firenze della ex Soprintendenza Archeologia della Toscana. In questa sede, a rappresentare la necropoli villanoviana sono state scelte le tombe contigue di due individui, probabilmente coniugi, che per le caratteristiche degli ossuari appaiono esponenti di rango della comunità che occupava con la necropoli un dosso vicino all’antica confluenza dell’Auser nell’Arno, dove si svilupperà la Pisa etrusca.

 

Sessione 4) Archeologia della morte e modelli di rappresentazione di genere: materiali e aspetti teorici

 

C. Mottolese, Elaborazione e sviluppo dell’anfora a doppia spirale: nuovi dati dai contesti funerari veienti

In occasione della giornata di studi per i 75 anni della prof.ssa Bartoloni desidero offrire il mio contributo riguardo un argomento più volte discusso insieme durante gli anni della mia ricerca dottorale, la prima produzione di anfore a doppia spirale a Veio. Saranno presentati esemplari, ancora inediti, provenienti dalla necropoli veiente di Casale del Fosso, caratterizzati da una tettonica generale diversa rispetto alla consueta forma globulare e, soprattutto, da una doppia spirale impressa – e non incisa – a pochi giri e dai tratti ancora “embrionali”, circostanza riscontrabile anche per i fasci di linee laterali e sulle anse, talvolta assenti. Questa sorta di “sperimentazione” della forma e della decorazione trova strette analogie, ancora in ambito veiente, con la produzione delle anfore con decorazione a fasci spezzati o zig-zag, documentata da alcuni contesti di Quattro Fontanili e Macchia della Comunità. Pur alla luce delle evidenti affinità morfologiche, la cronologia dei contesti di provenienza non permette di sostenere con certezza l’antecedenza di una forma rispetto all’altra, quanto piuttosto sembra possibile ipotizzare una contemporaneità di produzione, verosimilmente in seno alle stesse realtà artigianali, fino al primo quarto del VII sec. a.C. A questa quota cronologica gli esemplari con decorazione a fasci di linee spezzate sembrano scomparire e la produzione di anfore a doppia spirale si definisce nella morfologia e nella sintassi decorativa, che prevede la combinazione della doppia spirale incisa, fasci di linee parallele sul corpo e sulle anse. Con tale assetto l’anfora conosce una distribuzione rada ma ad ampio raggio – come i ben noti esempi da Cerveteri, Castel di Decima e Vetulonia dimostrano – cui si affianca una produzione dai tratti peculiari in ambito falisco.

 

C. Predan, Immagini di donne veienti dalla necropoli di Casale del Fosso

La revisione dei corredi della necropoli veiente di Casale del Fosso, parte del più ampio complesso di Grotta Gramiccia, collocato a NO rispetto all’abitato di Veio, ha permesso una nuova analisi approfondita delle deposizioni, perlopiù inumazioni, che come noto occupano in maniera continuativa il sepolcreto per tutto l’VIII secolo a.C. ed oltre. Nonostante gran parte dei corredi siano stati sconvolti o abbiano subito manomissioni a causa degli scavi clandestini antecedenti la storica campagna di indagini del 1915-1916, sono emersi nuovi dati utili alla ricostruzione dell’organizzazione della necropoli e, in particolare, allo studio dell’ideologia funeraria. Il lavoro di seriazione basato sulle ricorrenze delle associazioni tra oggetti di corredo ha avviato inoltre un tentativo di riconoscimento di quelle deposizioni prive di indicatori di genere. La descrizione nel Giornale di scavo della collocazione degli oggetti di corredo personale all’interno delle deposizioni ci restituisce un campione rappresentativo del costume funerario locale. L’omaggio al tema dei ruoli delle donne nella società antica, particolarmente caro a Gilda Bartoloni, offre un caso di studio anche per queste donne veienti, o presunte tali, membri di gruppi famigliari distinti per diverse generazioni da quelli delle altre necropoli storiche di Veio. Sono state così ricomposte alcune “figure” del costume funerario femminile, così come ci vengono restituite per status, ruoli e in pochi ma preziosi casi, anche per fasce di età.

 

F. Boitani, F. Biagi, S. Neri, Dal corredo della tomba veiente dei Leoni Ruggenti: un’immagine simbolica e altri indicatori di rango

Gli approfondimenti in atto per l’edizione definitiva dei materiali rinvenuti nella tomba dei Leoni Ruggenti, il più antico degli ipogei etruschi dipinti, riferibile all’orientalizzante antico tra il 700 e il 690 a.C., consentono di attribuire parte di quel che resta degli originari corredi a due deposizioni, una maschile e l’altra femminile, anche se rimane da stabilire quale delle due, sepolta verosimilmente con il rito incineratorio, fosse collocata nel loculo della parete di fondo. Si prendono qui in esame alcuni degli oggetti più significativi, del tutto inediti. Alla sepoltura maschile sembra possibile riferire un’anforetta a spirali di impasto, utilizzata nel rituale funebre, di cui resta soltanto il fondo, eccezionalmente istoriato da una rara raffigurazione incisa: un personaggio maschile, munito di mazza, sta per affrontare un volatile, di grandi proporzioni, caratterizzato da un lungo becco ed ali spiegate. Al di là del significato eroico, non è forse da escludere che l’immagine tratti un soggetto mitologico. Tra gli oggetti da collegare alla deposizione femminile parte di un calesse, rinvenuto nel tratto finale del dromos di accesso, che ha nel timone con terminale metallico a tridente l’elemento caratteristico per il suo riconoscimento.

 

M. Arizza, I cinerari in bucchero da Veio e l’incinerazione di età arcaica in Etruria

In una fase circoscritta della storia delle pratiche funerarie a Veio, quando l’incinerazione torna ad essere il rito predominante in questo specifico territorio (metà circa del VI sec. a.C.), fanno la comparsa alcune olle-cinerario stamnoidi di una foggia locale, che non trova diffusione altrove. Luciana Drago, nel suo studio della fine degli anni ‘90 su questa fase, aveva a disposizione un numero piuttosto limitato di queste olle (tra le quali una proveniente dalla necropoli di Valle La Fata, edita nel 1979 da G. Bartoloni e F. Delpino), mentre le recenti ricerche ne hanno portato alla luce alcune altre, tanto da poterne affinare ora l’inquadramento crono-tipologico. È inoltre possibile utilizzare, per gli esemplari recentemente indagati, i risultati delle analisi paleoantropologiche eseguite sui resti della cremazione e integrare dunque quelli già noti in letteratura; l’obiettivo è quello di ricostruire alcuni aspetti delle pratiche e dell’ideologia sottesa all’uso del rito crematorio e di questi cinerari, in un momento di forte contrazione numerica e qualitativa dei corredi nonché di radicale mutazione nella tipologia delle architetture tombali. I risultati delle ricerche sull’ideologia funeraria veiente saranno quindi raffrontati con il quadro noto, per lo stesso periodo, del resto dell’Etruria e dell’Italia preromana, con lo scopo di isolare eventuali fenomeni che possano essere inquadrati in una dimensione sovraregionale e di eventuali manifestazioni interculturali.

 

M. Bentz, A. Coen, F. Gilotta, M. Micozzi, I nuovi scavi di Monte Abatone

 

M.A. Rizzo, Nuovi vasi di bucchero a rilievo da Cerveteri

 

M. Torelli, La Tomba del Guerriero di Vulci. Un documento archeologico sulle sodalitates

Nell’articolo si riconsidera la nota Tomba del Guerriero di Vulci. Alla luce del costume funerario della Vulci tardo-arcaica, la tomba con il suo corredo si connota come eccezionale sepoltura individuale di grande ricchezza, appartenuta a un personaggio legato al mondo militare, ma non inserito nelle usuali strutture sociali di tipo gentilizio; tutte queste caratteristiche consentono di proporre l’identificazione dell’inumato come un membro di una sodalitas, sepolto nel momento di massima fortuna di questo singolare fenomeno di turbolenza sociale e politica del passaggio dal VI al V secolo a.C.

 

L. Medori, Note su alcuni contesti da Bisenzio

Il contributo prende in esame alcuni complessi dalle necropoli di San Bernardino e Olmo Bello significativi sia per tipologia di materiali sia per il valore intrinseco dello stesso contesto, che abbracciano l’intero arco cronologico dell’orientalizzante fino agli inizi del V secolo, periodo attorno al quale Bisenzio perde la sua importanza. L’analisi di alcuni contesti inediti consente di sottolineare l’importanza e la peculiarità della cultura materiale visentina, che si perpetua come tale nel corso delle fasi più recenti di vita del centro, quando gli viene sempre attribuita una certa staticità, peraltro troppo a lungo sovrastimata, a causa del provincialismo tipico delle città dell’Etruria più interna.

 

V. Re, Le “tombe a circolo” in Etruria settentrionale

Il contributo si propone di affrontare il più vasto fenomeno delle tombe a circolo, diffuso in Italia centrale tra l’età del Bronzo finale e l’età tardo-arcaica, circoscrivendo la disamina alle attestazioni note in Etruria settentrionale e focalizzandosi in particolar modo sulle evidenze populoniesi, in ricordo delle energie spese dalla prof.ssa Bartoloni nell’indagine archeologica di questo sito. A fronte di quella koinè culturale prospettata a lungo nella letteratura archeologica in accordo a un appiattimento geografico dettato dall’esaltazione esclusiva dell’evidenza del circolo di pietre (da cui deriva la definizione di tomba a circolo), spesso l’unico elemento tangibile in superficie dell’apprestamento esterno, sembra possibile delineare una prospettiva di lettura differente e maggiormente articolata, specialmente in area etrusca. Il minimo comune denominatore è indubbiamente la monumentalizzazione superficiale dello spazio funerario attraverso l’apprestamento diversificato di un riporto artificiale di pietre e/o terra di forma circolare o pseudo-circolare, conservato per un’altezza variabile da pochi centimetri fino a 1-2 m – quindi un tumulo – , e circoscritto da una perimetrazione litica, mentre la modalità di messa in opera dello spazio funerario interno è caratterizzata nei diversi siti da una marcata differenziazione, spesso alla stessa quota cronologica. Il contributo intende investigare i fattori rituali e sociali che sottendono alla diversa articolazione dello spazio funerario in una prospettiva sia diacronica che sincronica in Etruria settentrionale con uno sguardo al territorio limitrofo.

 

L. Rosselli, Alcune note sui tumuli tardo-orientalizzanti dell’Etruria settentrionale

Il recente scavo della tomba tardo-orientalizzante delle Colombaie, situata sul versante meridionale di Volterra, ha permesso di individuare, al di sopra della piccola camera con copertura a pseudocupola già da tempo nota in letteratura, la presenza di una crepidine costruita a perimetro circolare pertinente ad un tumulo delle dimensioni di circa sette metri. La scoperta permette di riconsiderare il ruolo di questo centro nel quadro della diffusione delle strutture a tumulo nell’Etruria settentrionale nell’avanzato VII secolo a.C., centro che finora sembrava escluso dall’adozione di tali monumenti funerari, ampiamente attestati nel suo territorio, dalla Val di Cecina, alla Valdera fino alla Val d’Elsa, e che invece dimostra di aver acquisito, ed anzi rielaborato secondo esigenze locali, uno dei tipi di sepoltura gentilizia maggiormente diffusi in questo areale. Il sistema costruttivo messo in opera rivela stretti contatti in particolare con il versante costiero (Populonia e Vetulonia) e sottolinea inoltre la funzione di cerniera culturale nei confronti dei distretti interni, come il Chianti e l’agro fiorentino.

 

C. Cianferoni, Ancora sui carri nelle tombe femminili: i casi di Vetulonia e Marsiliana d’Albegna

Vorrei riprendere un tema caro a Gippi Bartoloni, un argomento sul quale abbiamo spesso avuto modo di discutere insieme, soprattutto negli anni della sua permanenza a Firenze quando le visite al Museo Archeologico erano occasione di proficui e stimolanti scambi di idee. L’argomento in questione riguarda la presenza di carri nelle sepolture femminili etrusche del periodo Orientalizzante. In questa occasione mi sono concentrata sulle necropoli di Vetulonia e Marsiliana d’Albegna, dove, da un esame attento dei contesti, emerge un’alta concentrazione di tombe con carro, sia maschili che femminili. Come a suo tempo Gilda Bartoloni, nel suo articolo I carri a due ruote femminili del Lazio e dell’Etruria in Opus III, 1984, ho scelto di privilegiare le sepolture femminili che, alla luce delle ricerche e degli studi più recenti, risultano assai più numerose di quanto non si pensasse. In questo contesto sono stati presi in considerazione anche i casi in cui i pochi resti del corredo non sono sufficienti a determinare il sesso del defunto, oltre che le tombe a deposizione doppia, dove lo sconvolgimento del contesto non consente di stabilire a quale dei due defunti sia pertinente il carro, come nel caso del Circolo degli Avori di Marsiliana d’Albegna. Sono state inoltre considerate anche quelle sepolture dove la presenza del carro è semplicemente indiziata dalla deposizione di morsi equini o di passanti di bardatura equina.

 

P. Rendini, Rapporti familiari e scambi culturali fra Cerveteri e la valle dell’Albegna tra VII e VI secolo a.C.

L’attività imprevista di un tasso ha imposto nel 2014 lo scavo d’urgenza di una nuova tomba nella necropoli etrusca di Cancellone – in un’area prossima alla nota tomba dipinta – nel versante settentrionale della media valle dell’Albegna (territorio odierno di Magliano in Toscana, Grosseto), un distretto di confine e transito, finora poco conosciuto, che a seguito delle ricerche degli ultimi decenni, sta rivelando grande vitalità culturale e commerciale tra l’età orientalizzante e l’età arcaica. La tomba ha fornito testimonianze inequivocabili di tali scambi: il corredo ha restituito ceramiche di produzione ceretana o d’importazione veicolate dalla rete di distribuzione commerciale di Cerveteri lungo le coste tirreniche e un cippo a casetta in pietra, chiaramente riconducibile alla sfera culturale ceretana, indizio della presenza, tra gli inumati della tomba, di una donna di origine ceretana, che ha voluto mantenere le sue tradizioni. La presenza di tali reperti conferma la solidità dei legami culturali esistenti tra gli Etruschi della valle dell’Albegna, area di confine dell’agro vulcente, ma anche distretto produttivo e di esportazione del vino etrusco promosso da Marsiliana, con Cerveteri. La portata degli scambi culturali con Cerveteri è del resto ampiamente testimoniata dalla presenza di due tombe dipinte da esponenti della “scuola ceretana” nello stesso territorio maglianese. Dall’altro canto il ritrovamento di un cippo “ceretano” documenta, concretamente, l’alleanza tra le famiglie eminenti locali e quelle della metropoli dell’Etruria Meridionale, attraverso una politica familiare di matrimoni.

 

J. Tabolli, Da Porsenna a Montaperti: l’archeologia del potere nelle terre di Siena

L’intervento è incentrato su due dei topoi principali della ricerca archeologica e storica del territorio di Siena: le vestigia della Tomba di Porsenna e le tracce della Battaglia di Montaperti. Pur essendo distanti nel tempo e nello spazio, la recente “stagione di ricerche” in corso tra la Valdichiana, l’Ombrone e l’Arbia, ha rivelato come entrambi questi topoi dimostrino la vivacità dell’archeologia del potere nelle terre di Siena e come temi quali l’ideologia funeraria e l’affermazione delle nuove aristocrazie possano ancora rivelare in Etruria delle scoperte inattese.

 

G. Paolucci, I vasi Gualandi, Paolozzi, Coleman riconsiderati

Il contributo riesamina i vasi con figura femminile sul coperchio alla luce di recenti ricerche di archivio e dei restauri condotti su alcuni esemplari. Inoltre, la presentazione di elementi di detti vasi rinvenuti in musei e collezioni, oltre ad offrire indicazioni nuove, possono indicare caratteri interessanti sull’ideologia funeraria di Chiusi.

 

M. Pacifici, Mille e una Narce. Su un’inedita stagione di scavi nei sepolcreti orientali

Lo spoglio integrale dei fascicoli di fine ‘800 ed inizio ‘900 dedicati a Narce e al suo territorio conservati nell’Archivio Storico della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale in deposito presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, ha permesso di ricostruire una finora inedita stagione di scavi che interessò i sepolcreti orientali del centro falisco nei primi due decenni del XX secolo. Furono infatti condotte, a titolo prevalentemente privato, ma, sulla scorta degli scandali riguardanti l’attendibilità dei corredi narcensi di pochi anni prima, con un’attenta sorveglianza da parte dei funzionari governativi, sei campagne di scavo in un arco di tempo compreso tra il 1903 ed il 1918. Queste indagini interessarono località come Monte Cerreto e Contrada Morgi, le quali già erano state ampiamente esplorate dai Benedetti tra il 1890 ed il 1891, ed i cui risultati erano poi confluiti nel IV volume dei Monumenti Antichi dei Lincei dedicato a Narce, ma furono anche occasione per indagare aree prima di quel momento non considerate dagli scavi ufficiali e per le quali fino ad oggi non era disponibile alcun dato. In particolare, il confronto tra gli elenchi di materiali acquistati dallo Stato ed il contenuto di un consistente nucleo di cassette conservate presso i magazzini del Museo di Villa Giulia, hanno permesso di individuare 10 dei 44 corredi rinvenuti da Natale Malavolta nel sepolcreto di Monte dei Porcari nella campagna di scavo 1917, confluiti nella collezione del Museo e dei quali, sino ad oggi, si era persa la corretta attribuzione. Alla luce dei nuovi dati emersi l’intervento intende presentare, in via preliminare, i corredi individuati e fornire alcuni brevi spunti di riflessione sull’articolazione del paesaggio funerario e sulla definizione dell’abitato di Narce in relazione ai suoi sepolcreti.

 

G. Ligabue, Ancora sugli scudi fittili: evidenze e ritualità nel comparto falisco

La presenza di scudi fittili nelle deposizioni di rango è un fenomeno che si inserisce nel solco della tradizione rituale di matrice villanoviana che, già dalla prima età del ferro, si esplica nella riproduzione in ceramica degli armamenti difensivi. Cronologicamente circoscritto agli anni compresi tra la fine dell’VIII e la metà del secolo successivo, costituisce un tratto caratteristico del rituale funerario del comparto tiberino, che si manifesta con modalità differenti nei diversi distretti della regione e conosce una significativa propaggine a Vetulonia. Particolarmente ricca è la documentazione offerta dai centri dell’Agro falisco (Falerii, Narce e Nepi), dove gli scudi fittili si caratterizzano per note morfologiche peculiari e la loro dislocazione nello spazio funerario segue modalità che esulano da quelle dei territori limitrofi. Verrà proposto uno nuovo censimento degli esemplari falisci, arricchito da elementi ad oggi inediti, che verranno inquadrati tipologicamente; seguirà una disamina delle occorrenze, finalizzata alla comprensione della ritualità che regola la loro deposizione.

 

G. Benedettini, Il repertorio decorativo come veicolo identitario e autoaffermativo di una comunità: il caso di San Martino a Capena

Risale al 1997, durante la collaborazione di chi scrive col Museo delle Antichità Etrusche e italiche della Sapienza Università di Roma allora diretto dalla prof.ssa Gilda Bartoloni, il rientro dell’olla biansata capenate in impasto bruno di età orientalizzante rubata nel 1985 al Museo delle Origini e conservata in una collezione privata svizzera. La certezza dell’identificazione si è basata sui peculiari motivi incisi che appartengono a un sistema decorativo codificato esaminato di recente nel lavoro condotto sulla necropoli di San Martino a Capena, che non solo confermano gli scarsi dati archivistici che corredavano l’olla, ma consentono anche di riferirla a una specifica cerchia artigiana locale. Da questo prende spunto l’intervento che affronta, in un’ottica generale, l’articolato panorama decorativo e la condivisione generalizzata da parte della comunità capenate di un comune codice di comunicazione visiva a partire dall’inizio del secondo quarto del VII secolo a.C.

 

E. Mangani, Materiali di Capena degli scavi Mancinelli Scotti ritrovati nelle soffitte del Museo Pigorini

In una soffitta del Museo Nazionale Preistorico Etnografico “L. Pigorini” furono rinvenute nel 1990 numerose casse contenenti frammenti ceramici senza numero d’inventario e un foglio con l’indicazione “dalle cantine del Collegio Romano”. Il restauro ha consentito di assegnare numerosi materiali a corredi di tombe scavate nel territorio di Capena da Francesco Mancinelli Scotti fra il 1904 e il 1907. Alle tombe 19 e 20 della necropoli di San Martino (scavi 12 settembre - 25 novembre 1904), delle quali furono inviate al Museo Preistorico alcune casse di frammenti non ricomposti, sono da riferire numerosi vasi d’impasto e armi di ferro, individuati sulla base delle descrizioni del giornale di scavo e delle relazioni pubblicate da Roberto Paribeni in NSc 1905 e MonAnt 1906, oltre a numerosi altri vasi ricomposti o in frammenti, per i quali non è stato possibile precisare la pertinenza a ciascuna delle due tombe. Altri materiali appartenevano a tombe di Monte Tufello (scavi 12 ottobre - 5 dicembre 1906), delle quali furono scelti per il Museo Preistorico alcuni vasi, mai ricomposti e rimasti inediti, pertinenti a corredi diversi.

 

E. Benelli, P. Santoro, Alle origini dei Sabini. La prima fase della necropoli di Colle del Forno

La necropoli di Colle del Forno, relativa al piccolo centro sabino di Eretum, è una delle poche dell’Italia preromana ad essere stata scavata nella sua totalità; oltre a ciò, la maggior parte delle tombe sono state rinvenute integre. L’insieme dei dati è quindi di un interesse eccezionale per ricostruire la storia e la cultura materiale di Eretum fino alla sua incorporazione nel territorio romano all’inizio del III secolo a.C. Anche se la maggior parte delle sepolture sono state realizzate fra gli ultimi decenni del VII e la prima metà del VI secolo a.C., periodo al quale risale la parte più consistente dei corredi, esistono tracce più antiche, che risalgono al principio del VII secolo. In questo momento venne infatti costruita l’eccezionale tomba XI, più nota per il celebre corredo principesco tardo-orientalizzante recentemente rientrato in Italia dopo complesse vicende giudiziarie; oltre a ciò, sporadici oggetti inseriti in sepolture più tarde testimoniano delle prime fasi di vita della comunità, integrando la documentazione emersa dagli scavi dell’abitato di Cures.

 

B. Belelli Marchesini, Tra Etruria e Lazio. Una tomba femminile del sepolcreto di Monte Del Bufalo e la produzione in White on Red di Crustumerium

Tra le tombe recentemente scavate nel distretto nord-orientale del sepolcreto di Monte Del Bufalo, a Crustumerium, spicca una tomba a camera inquadrabile nella fase laziale IVB che è stata esposta nel 2016, senza opportuno apparato critico, nella mostra Death and afterlife at the gates of Rome di Copenhagen. Tale tomba ospitava, sul lato a destra dell’ingresso e a contatto del pavimento, una deposizione femminile associata a un ricco corredo ceramico allusivo di un cerimoniale incentrato in particolare sul consumo del vino, espresso attraverso l’associazione di forme in impasto bruno mutuate dal repertorio laziale e di forme in impasto rosso, queste ultime tutte decorate in bianco su rosso e strettamente collegate alle produzioni dell’opposta riva tiberina. Il corredo comprende inoltre, oltre a forme potorie in bucchero e in ceramica etrusco-corinzia, una pisside di tipo ceretano decorata in bianco con motivi fitomorfi e animali fantastici: forma raramente attestata a Crustumerium, che in questa specifica tomba era coricata in orizzontale e a sua volta conteneva una serie di oggetti, forse ospitando la sepoltura di un bambino. La presentazione del contesto, eccezionale anche per la ritualità osservata nella collocazione dei singoli oggetti, offre l’opportunità di tracciare un bilancio preliminare sull’attestazione e sul repertorio di ceramica in White on Red nei corredi di Crustumerium.

 

M. Taloni Produzioni ibride dell’Orientalizzante: le oinochoai polimateriche e del tipo “Astarita”

L’idea di realizzare il medesimo oggetto in materiale differente, sperimentando le possibilità offerte dal materiale stesso, è ben esemplificata da alcune rare oinochoai polimateriche e dalle loro dirette imitazioni ceramiche, meglio note come del tipo “Astarita”. Si tratta di un virtuosismo della produzione artigianale molto apprezzato dalle élites medio-tirreniche che durante il periodo Orientalizzante commissionarono quegli oggetti e che presuppone un alto livello tecnologico tramandato di bottega in bottega. Il breve contributo per la giornata di studi in occasione del settantacinquesimo compleanno della professoressa Bartoloni è tratto da un articolo, ancora inedito, redatto per il volume monografico della serie Mediterranea (Supplementi 1-2) The Orientalizing cultures in the Mediterranean and in Italy, 8th-6th cent. BC. Origins, cultural contacts and local developments, edito da S. Bourdin, O. Dally, A. Naso e C. Smith. Le tematiche affrontate toccano, in maniera trasversale, vari ambiti di ricerca sviluppati dalla Professoressa Bartoloni nel corso della sua carriera di studio e ricerca, dall’archeologia funeraria alla importanza della cultura materiale nello studio del mondo antico, dal ruolo della donna alla funzione delle offerte votive nella strutturazione della società aristocratica orientalizzante. Ci si è posti, infatti, l’obiettivo non soltanto di analizzare tali oggetti, considerati simboli di status ed espressione di varie influenze culturali, dal punto di vista morfologico e del contesto di rinvenimento, ma soprattutto d’indagare il rapporto tra le due produzioni e di individuare le eventuali connotazioni simboliche del caratteristico motivo decorativo a testa muliebre, strettamente legato anche alla funzione dei vasi nel rituale funerario.

 

D. Briquel, Relecture d’une inscription de deux mots du Cabinet des Médailes : une manière expéditive d’exprimer une offrande à un mort

Le Cabinet des médailles de Paris possède une petite coupe basse, de céramique grise et de facture grossière. Entrée dans ce musée avec la collection Froehner, elle n’avait pas pu être retrouvée par M. Lejeune lorsqu’il avait publié les inscriptions de cette collection en 1952-1953, et il n’avait pu se fonder que sur une transcription médiocre de Froehner, avec lecture erronnée. Nous avons pu l’examiner: elle se compose d’un nom féminin suivi du mot suthiti, dans la tombe. La formulation rappelle la très fréquente précision suthina portée surdes pièces d’un mobilier funéraire, mais n’était jusqu’à présent attestée que pour deux inscriptions de Vulci, relatives au même membre de la famille Tetnie.

 

F. Gaultier, Le monument funéraire en terre cuite Cp 4325-4326 du Musée du Louvre

La restauration menée il y a quelques années d’un monument funéraire en terre cuite autrefois conservé dans la collection Campana nous invite à en reprendre l’étude pour ces Mélanges. Composé d’une cuve ornée de figures isolées (deux figures féminines, deux figures de Charon) entre des colonnes ioniennes et d’un couvercle représentant une figure féminine à demi redressée dans l’attitude des banqueteurs, ce monument est identifiable avec le n° 70 de la série 8 (Sarcofagi e urnette cinerarie etrusche) de la classe IV (Opere in plastica), des Cataloghi Campana. Il a fait depuis le début des années 1980 l’objet de plusieurs signalements ou comparaisons dans la littérature scientifique et est aujourd’hui considéré comme un assemblage d’éléments de provenances diverses, mais il n’a jamais bénéficié d’une étude approfondie. Ces Mélanges seront l’occasion de revenir sur le lieu de production et de provenance des différentes parties qui le composent, sur la nature même de l’objet ( petit sarcophage ou urne), sur sa syntaxe décorative, son iconographie et sa signification religieuse, sur la reprise par les ateliers de coroplathes étrusques de modèles grecs hellénistiques, aussi bien pour la syntaxe décorative qui rappelle celle du sarcophage des Pleureuses de Sidon, que pour le motif de la danseuse voilée, proche de la statuette en terre cuite de la collection Titeux, aujourd’hui dans les collections du Louvre. ok

 

J. MacIntosh Turfa, Traces of a Picene Princess? A “Tomb Group” from Ascoli Piceno in Philadelphia

A collection of materials labelled “Tomb of a Warrior from the Region of Ascoli in the Province of Picenum, No. 30” was purchased in Rome in 1896 for the University of Pennsylvania Museum. Its over 100 items may have come from the same site, but they certainly represent a mixed bag of grave goods once deposited in Picene burials. An unusual (and heavily restored) “Corinthian” helmet and a bronze volute finger ring represent a warrior’s deposition, but metal and ceramic vessels are lacking. Many other items, including ambers, jewelry and spindle whorls, clearly derive from the burial of one or more women of 7th-6th century date. The most ostentatious, an amber “fibula ad arco rivestito”, bullae, and one or more torques with bud-shaped terminals, may be the grave goods of a princess, on analogy to tomb groups excavated at Matelica, Novilara and Belmonte Piceno; they offer insights into the culture and contacts of early Archaic Picenum,

and are rare examples of Italic culture – and Italic women – in US collections.

 

A. Rathje, Il ruolo della donna nell’Italia Centrale

Come omaggio alla professoressa Gilda Bartoloni vorrei affrontare il tema del ruolo femminile nell’Italia Centrale. Molti sono i dati ormai pubblicati per stabilire gli indicatori di genere, età e status nel record funerario: la Bartoloni e la sua scuola sono stati dei pionieri nel campo di questo tipo di ricerca. Nel presente contributo vorrei soffermarmi sul potere che le donne potevano assumere nel mondo antico, riflettendo su alcuni oggetti che possono essere assunti come metafore del potere anche oltre il ruolo di moglie e madre, isolando manufatti, vesti ed immagini che si riferiscano ad esempio a ruoli specifici legati a riti, culti e aspetti legati alla magia.

 

B. d’Agostino, «L’identità può essere una faccenda complicata» (Amartya Sen): a proposito di Pithekoussai

 

 

Sessione 5) Varia

 

G. Colonna, Cartagine, gli Etruschi e… Emilio Salgari

 

G. Amadasi, Punici in Italia nel III sec. a.C.

Vengono raccolte alcune brevi iscrizioni (graffiti e bolli d’anfora) rinvenute in Italia e databili nel corso del II-III secolo a.C. che mostrano, insieme con le testimonianze del Poenulus di Plauto, come fossero ininterrotti i rapporti tra Caratagine e Roma nel periodo di maggiori tensioni tra le due potenze.

 

F. Cordano, La costa dell’Etruria nella tradizione geografica antica

A partire dal controverso paragrafo 5 del periplo attribuito a Scilace di Carianda, per finire con Plinio il Vecchio (III 8) che utilizza Catone il Censore, si può riscontrare una buona ignoranza della costa tirrenica dell’Etruria da parte della scienza geografica, soprattutto greca, che sembra più interessata alla costa adriatica. Naturalmente fanno eccezione i capitoli del quarto libro che Strabone ha dedicato al tema, avvalendosi della situazione geopolitica dell’età augustea.

 

N. Parise, Inerzia e stratificazione di unità ponderali e monetarie dal Tirreno all’Adriatico nella seconda metà del VI secolo

Prime monetazioni etrusche. Le serie 'calcidesi' d'Italia meridionale e Sicilia. Il caso di Corcira.

 

A. Maggiani, Il rilievo in corno di cervo dalla Montagnola di Sesto Fiorentino. Una rilettura

Il gruppo di frammenti in corno di cervo, parte di un manufatto cilindrico decorato su due registri, è stato edito da Giacomo Caputo nel 1974 nell’edizione del contesto tardo orientalizzante della nota tomba a tumulo. I soggetti, due personaggi che stringono una corona nel registro superiore e un choros di donne frontali in quello inferiore, sono stati collegati dall’editore alla fondazione dei giochi olimpici. A quasi mezzo secolo dalla sua pubblicazione, il rilievo, un lavoro di rilevante qualità, databile probabilmente tra la fine del VII sec. a.C. e l’inizio del successivo, sollecita, grazie a una più chiara documentazione, una nuova lettura e un nuovo tentativo esegetico.

 

M. Picozzi, Bernard de Montfaucon e gli Etruschi

Il contributo si propone di esaminare l’approccio del Montfaucon ai diversi aspetti della civiltà etrusca, con particolare riguardo ai culti, in un periodo di poco precedente alla pubblicazione del De Etruria regali di Thomas Dempster (testo rimasto inedito sino al 1726); il padre benedettino di San Mauro iniziava a diffondere le conoscenze disponibili sugli Etruschi nell’ambito della sua monumentale opera antiquaria, e a gettare le basi per approfondimenti decisivi in questo campo di studi.

 

I. van Kampen, Le antichità etrusche al Museum Meermanno-Westreenianum in Olanda: una collezione da riscoprire

Nelle tre grandi mostre dedicate agli Etruschi tenutesi in Olanda non si è mai fatto cenno alla collezione del Museo Meermanno-Westreenianum all’Aia, noto anche come Museo del Libro, che raccoglie, oltre a manoscritti, incunaboli e libri particolari, una collezione di antichità. La casa-museo del Barone van Westreenen van Tielland, collezionista vissuto tra la fine del Settecento e la metà dell’Ottocento, ospita circa 1300 reperti di antichità egiziane, greche, romane e storia patria, ma anche un certo gruppo di oggetti etruschi, poco conosciuti in Italia. Il presente contributo vuole colmare questa lacuna, tracciando anche un quadro della nascita della collezione.

 

P. Bocci, C. Gambaro, Un timido accenno al “mito etrusco” a gloria di Francesco Stefano di Lorena nel frontespizio/manifesto dell’inventario disegnato di Galleria

La celebrazione della dinastia medicea passa, anche se in maniera non costante nel tempo, attraverso l’esaltazione del mondo etrusco. A simboleggiare il legame con l’antica stirpe è soprattutto la Chimera, che fin dalla sua scoperta, avvenuta ad Arezzo nel 1553, ha assunto ruoli simbolici e di potere. Prima esibita a Palazzo Vecchio come legittimazione del potere di Cosimo, Magnus Dux Etruriae, poi per un periodo negletta nei locali di Palazzo Pitti e, infine, nuovamente esaltata e posta tra i grandi bronzi nel corridoio sud della Galleria degli Uffizi che affaccia sull’Arno. Il “mito etrusco” che la Chimera ben rappresenta, grazie alla scritta in lettere etrusche sulla zampa, dopo essere stato riproposto da Filippo Buonarroti alla fine della dinastia medicea, viene ripreso anche in epoca lorenese: l’abile reggente, il conte di Richecourt, lo suggerisce astutamente al sovrano Francesco Stefano di Lorena, come utile mezzo per placare i malcontenti della nobiltà fiorentina. Un’analisi puntuale del frontespizio dell’inventario disegnato della Galleria – progettato dal padre Benedetto Vincenzio De Greyss, maestro del tocco in penna, con il supporto dello stesso Richecourt – mette in evidenza come in questa un’unica tavola sia racchiusa tutta l’essenza dell’opera realizzata tra il 1749 e il 1759 con la tecnica di cui il frate benedettino era il massimo esponente. Si tratta di un frontespizio/manifesto che racconta molto di questo progetto e della sua genesi e dove vengono, con uno sguardo verso il passato, esaltate le antiche collezioni medicee come erano nel periodo del massimo fulgore, lontano dall’abbandono del momento. Le due formelle al centro della predella che sorregge la scena principale racchiudono, in una sorta di Wunderkammer, gli antichi tesori dei Medici. Tra opere d’arte, antichità, oggetti preziosi e simboli delle arti liberali, spiccano la Chimera e parti di “tavole” con iscrizioni etrusche. Sono simboli che ricordano quel redivivo “mito etrusco”, che solo per pure questioni prospettiche i disegnatori non hanno potuto inserire nella scena principale del frontespizio e che tuttavia non potevano mancare in questa nostalgica esaltazione dello splendore della dinastia medicea e delle sue pregevoli raccolte. Raccolte che, pur essendo allora valutate per gli oggetti in materiali preziosi, già nascondevano in arsenali e soffitte manufatti, quali terrecotte e ceramiche, che saranno esposte e valorizzate soltanto in seguito, all’affacciarsi di nuovi interessi e di nuove mode.